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Primo giorno in sala operatoria: quello che avrei voluto sapere anch’io

Del mio primo periodo in sala ricordo soprattutto una sensazione: tutti sembravano sapere cosa fare, tranne me. I colleghi si muovevano come se sapessero già tutto. Io invece ero spaesato, completamente perso, in balia degli eventi: non sapevo dove stare, cosa toccare, da dove passare, cosa avesse chiesto il chirurgo o il collega. Tornavo a casa con molte immagini e pochissima chiarezza. Per un po’ credetti di non essere portato. Poi vidi l’errore nel mio ragionamento: mi confrontavo con loro che invece ripetevano quei gesti da anni.

All’inizio volevo dimostrare di essere all’altezza

Quando sei nuovo vuoi essere utile, non sentirti una zavorra. Così, proprio nel momento in cui dovresti fare una domanda, ti blocca un pensiero: “Dovrei già saperlo.” Se potessi tornare indietro, mi direi una cosa molto semplice: chiedi. “Non lo so.” “Me lo fai vedere?” “Puoi ripeterlo?” Una domanda richiede pochi secondi. Fingere di aver capito può creare molta più confusione. Con il tempo ho imparato anche a guardare gli errori in modo diverso. Sbagliare è umano, soprattutto mentre stai imparando. Ma in sala operatoria non significa procedere alla cieca o prendere alla leggera le conseguenze. Significa provare sotto supervisione, riconoscere immediatamente ciò che non ha funzionato e avere il coraggio di dirlo. Gli errori che ammetti e analizzi diventano esperienza. Quelli che nascondi, minimizzi o non comprendi rischiano di ripetersi. Per questo ai nuovi colleghi dico: studia, osserva e poi mettiti alla prova. Se sbagli, fermati, dichiaralo e cerca di capire perché è successo. Non devi avere paura dell’errore. Devi avere paura di non riconoscerlo e di non imparare nulla da esso. È così che, la volta successiva, non sarai soltanto più veloce. Sarai più consapevole, più affidabile e più sicuro.

“Ogni passo deve avere un motivo”

Questa frase me la disse una collega che stimo molto. All’inizio non ne compresi fino in fondo il valore. Quando sei nuovo, stare fermo ti fa sentire inutile. Allora ti muovi, sistemi qualcosa, cerchi continuamente un modo per renderti utile. Anch’io lo facevo. Ero ossessionato dall’ordine. In parte lo sono ancora: fa parte del mio carattere. Con il tempo, però, ho iniziato a farmi due domande: “Perché sto facendo questo gesto?” E soprattutto: “Devo farlo proprio adesso oppure può aspettare?” Se non avevo una risposta chiara, fermarmi e osservare ancora qualche secondo era spesso la scelta migliore. È stato uno dei cambiamenti più importanti del mio modo di lavorare. Prima cercavo continuamente qualcosa da fare. Poi ho iniziato a leggere la situazione, riconoscere le priorità e capire quale gesto avesse davvero senso in quel preciso momento. Ho capito che essere operativi non significa muoversi continuamente. Significa fare la cosa giusta nel momento in cui serve.

La velocità arriva dopo la mappa

Durante uno dei miei primi interventi, un chirurgo mi disse: “I cavi, messi così, non vanno bene. Passano davanti e rischiano di impigliarsi.” Io non sentii una correzione sul modo in cui avevo organizzato la sala. Dentro di me sentii qualcosa di molto diverso: “Sei un cretino.” Quando sei all’inizio succede facilmente. Una correzione tecnica diventa un giudizio personale. Non pensi di aver sistemato male i cavi: pensi di non essere adatto a quel lavoro. Con il tempo ho imparato a separare le due cose. Quel chirurgo non stava definendo il mio valore. Mi stava mostrando una conseguenza che io, non avendo ancora esperienza, non riuscivo a vedere: quei cavi attraversavano uno spazio operativo, potevano ostacolare i movimenti e rischiavano di impigliarsi durante l’intervento. Non mi mancava l’intelligenza. Mi mancava ancora la capacità di prevedere ciò che sarebbe potuto accadere dopo. La logica operativa cresce quando inizi a conoscere gli spazi, le sequenze, gli strumenti e i movimenti durante l'intervento. Prima sistemi un cavo pensando soltanto a dove appoggiarlo. Poi impari a chiederti se è giusto farlo passare qui, quale utilizzo seguirà e cosa potrebbe succedere quando l'intervento entra nel vivo. È così che si costruisce la mappa. Non sei lento perché non vali. Sei lento perché stai ancora imparando a vedere ciò che, a chi ha più esperienza, è già visibile.

Cosa fare davvero il primo giorno

Mi concentrerei su tre cose:

  • osservare la stanza prima di muovermi;
  • chiedere quando una richiesta non è chiara;
  • accettare che essere nuovo è una fase, non un’identità. Il confronto utile non è con chi lavora in blocco da quindici anni. È con ciò che oggi riesci a vedere e ieri era invisibile. A un certo punto il puzzle cambia. Non vedi più persone che si muovono senza spiegazione: riconosci una sequenza. Capisci perché un materiale viene preparato prima, perché un controllo avviene proprio lì e perché la giornata segue un ritmo. Quella chiarezza non arriva tutta insieme. Ma ogni domanda corretta aggiunge un pezzo.

Il passo successivo

Dopo esserti orientato nella stanza, guarda il blocco come un flusso completo. Continua con Una giornata in sala operatoria: cosa succede davvero dal primo all’ultimo intervento.