Team e sicurezza

Il chirurgo difficile: come restare lucidi quando la tensione in sala operatoria sale

Ricordo una giornata lunga, con diversi interventi e una complicanza importante che aveva richiesto tempo, attenzione ed energie. Alla fine della seduta rimaneva ancora un caso programmato. Quando venne comunicato che non c’erano più le condizioni necessarie per eseguirlo nei tempi previsti, il chirurgo reagì con molta rabbia. Potevo comprenderne la frustrazione. Aveva lavorato tutto il giorno, quell’intervento era in programma e dietro quella decisione c’era un paziente che avrebbe dovuto aspettare. Ma quella scena mi lasciò una convinzione che ancora oggi porto con me: quando la lucidità inizia a diminuire, la sicurezza deve pesare più della volontà di “farlo comunque”. Non esiste una regola universale per stabilire quando un intervento debba essere eseguito, rinviato o riorganizzato. Sono decisioni che dipendono dalle condizioni cliniche del paziente, dalle risorse disponibili, dall’équipe e dall’organizzazione della struttura. Il punto, qui, è un altro: come si rimane lucidi quando la tensione sale e il tono della conversazione rischia di prendere il posto del problema reale?

Prima separo il tono dal problema

Quando qualcuno alza la voce, la reazione più naturale è rispondere al tono. Ti senti attaccato. Ti irrigidisci. Prepari mentalmente una risposta. Nel frattempo, però, l’attenzione si sposta da ciò che sta accadendo a come quella persona ti sta parlando. Io provo a fermarmi e a chiedermi: “Qual è l’informazione che non deve andare persa in questo momento?” In quella giornata non dovevo convincere il chirurgo a calmarsi né vincere una discussione. Il problema concreto era capire se esistessero ancora le condizioni organizzative e professionali necessarie per affrontare l’intervento in sicurezza. Quello era il dato da proteggere. Quando la tensione sale, cerco quindi di riportare la conversazione su elementi osservabili: il tempo disponibile, le risorse, la composizione dell’équipe, le condizioni del paziente e ciò che serve per procedere. Non sempre basta a ridurre la rabbia. Ma impedisce che sia la rabbia a decidere di cosa si parla.

Esigenza, urgenza e intimidazione non sono la stessa cosa

In sala operatoria servono standard elevati. Esistono momenti in cui una richiesta deve essere rapida, una correzione deve essere diretta e una decisione non può aspettare. Un tono fermo, da solo, non rende una persona “difficile”. Il confine cambia quando il comportamento di qualcuno porta gli altri a smettere di fare domande, nascondere un dubbio o evitare di segnalare qualcosa per paura della reazione. A quel punto non è più soltanto un problema relazionale. Può diventare un problema di sicurezza. Per questo, quando serve, provo a usare frasi brevi e concrete:

  • “Non ho compreso la richiesta.”
  • “Confermi questo passaggio?”
  • “Ho un dubbio sulla sicurezza.”
  • “Questo dato non mi torna.”
  • “Vorrei ricontrollare prima di procedere.” Non cerco una frase elegante e non provo a dimostrare di avere ragione. Cerco una frase che riporti il fatto al centro della stanza.

Preparazione e rispetto sono due piani diversi

Conoscere l’intervento, avere un tavolo leggibile, riconoscere le fasi e anticipare il materiale necessario riduce molte incomprensioni. Essere preparati aiuta anche a mantenere la calma quando il ritmo aumenta. Ma la preparazione dell’infermiere non può diventare una giustificazione per l’aggressività di un’altra persona. Questa distinzione mi ha aiutato a non trasformare automaticamente ogni tensione in un giudizio sul mio valore professionale. Posso chiedermi con onestà che cosa avrei potuto fare meglio. Posso accettare una correzione, studiare ciò che non conoscevo e modificare il mio modo di lavorare. Ma posso farlo senza convincermi che il silenzio, la paura o l’umiliazione siano il prezzo necessario per lavorare in sala operatoria. Riconoscere un proprio errore e pretendere rispetto non sono due atteggiamenti incompatibili.

Essere forti non significa non sentire nulla

All’inizio pensavo che essere forte significasse non lasciarsi toccare dal tono degli altri. Oggi la penso diversamente. Essere forti significa non permettere che quel tono scelga dove deve andare la tua attenzione. La lucidità non è freddezza. Non significa ignorare ciò che provi o fingere che una situazione aggressiva sia normale. Significa riuscire, anche sotto pressione, a mantenere visibili le priorità, i limiti e le informazioni importanti. La prossima volta che senti salire la tensione, prova a non preparare immediatamente una risposta. Completa prima questa frase: “Il dato che non deve andare perso è…” Se riesci a formularlo con chiarezza, hai individuato il centro del problema. Il resto — il tono, la rabbia e la necessità di chiarire quanto accaduto — potrà essere affrontato nel momento e attraverso i canali appropriati. Ma se riguarda la sicurezza del paziente, l’informazione deve emergere subito.

Il passo successivo

Restare lucidi è il primo passaggio. Il secondo è fare in modo che il messaggio venga ascoltato, compreso e confermato dall’altra persona. È qui che entra in gioco la comunicazione a circuito chiuso. Continua con Closed-loop communication in sala operatoria: quando ripetere una frase può evitare un errore.

Fonti essenziali

AORN Journal / PubMed — The Art of Speaking Up AHRQ TeamSTEPPS — Advocacy and Assertion AHRQ TeamSTEPPS — Two-Challenge Rule