Sterilità

Come muoversi in sala operatoria senza contaminare il campo sterile

All’inizio mi è capitato di contaminare un telo sterile senza rendermene immediatamente conto. Stavo aprendo del materiale con una sola idea in testa: fare in fretta. Volevo essere veloce e non sembrare quello che rallentava il lavoro degli altri. Nella foga andai troppo avanti con le mani e toccai la parte sterile del telo all’interno della confezione. Dovetti fermarmi e ricominciare. Quell’episodio mi lasciò una lezione che ancora oggi considero importante: la fretta può farti perdere la percezione dei tuoi stessi movimenti. Non avevo contaminato il telo perché ignorassi le regole della sterilità. Lo avevo fatto perché la mia attenzione era concentrata sulla velocità, non su dove si trovassero le mie mani.

Prima leggo la stanza, poi mi muovo

Quando entri per la prima volta in sala operatoria, la sterilità sembra una mappa invisibile che tutti conoscono tranne te. Da qui posso passare? Questo posso toccarlo? Mi sono avvicinato troppo? Dove posso appoggiare questo materiale? Io ho iniziato a orientarmi con un’abitudine molto semplice: prima di muovermi, guardo. Individuo i tavoli sterili, le persone che stanno lavorando sul campo, i cavi, i tubi, le apparecchiature e le vie di passaggio. Cerco di capire dove devo arrivare e quale percorso mi permetterà di farlo senza avvicinarmi inutilmente al campo o intralciare chi sta lavorando. Il motivo è concreto: molti movimenti sbagliati iniziano quando il corpo parte prima che la testa abbia letto la stanza. Fermarsi per un secondo non significa essere lenti. Significa evitare di dover correggere, interrompere o ricominciare il gesto dopo.

Muoversi di più non significa lavorare meglio

Quando sei nuovo, stare fermo può farti sentire inutile. Vedi gli altri muoversi con sicurezza e pensi che, per dimostrare di essere operativo, dovresti fare lo stesso. Così ti sposti. Sistemi qualcosa. Vai a prendere del materiale. Torni indietro. Cambi posizione perché temi di essere d’intralcio, poi ti sposti di nuovo quando qualcuno deve passare. Anch’io confondevo il movimento con l’efficienza. Con il tempo ho osservato che chi lavora bene spesso compie meno movimenti, non di più. Non perché faccia meno, ma perché prima sceglie dove stare, che cosa fare e quale percorso utilizzare. Un movimento deciso dopo aver letto la sala vale più di tre correzioni fatte in corsa. Questo cambio di prospettiva mi ha aiutato molto: la velocità non consiste nell’aumentare il numero dei gesti, ma nell’eliminare quelli inutili.

Il campo sterile non rimane immobile

Preparare correttamente il campo sterile non significa che il problema sia risolto per tutto l’intervento. La sala cambia continuamente. Entrano nuovi materiali. Le persone modificano la propria posizione. I tavoli vengono spostati. Cavi, tubi e apparecchiature attraversano lo spazio. Il paziente viene posizionato o riposizionato. Le priorità cambiano con l’avanzare della procedura. Un percorso che era sicuro pochi minuti prima potrebbe non esserlo più. Per questo, mentre lavoro, provo a farmi tre domande:

  • dove si trova adesso il confine del campo sterile?
  • che cosa è cambiato rispetto a pochi minuti fa?
  • il percorso che avevo immaginato è ancora sicuro? Muoversi correttamente non significa imparare una serie di traiettorie valide per ogni situazione. Significa continuare a leggere uno spazio che cambia mentre l’attenzione di tutti è concentrata sul paziente e sul campo operatorio.

Quando non sono sicuro, il dubbio deve diventare una frase

La contaminazione più insidiosa non è sempre quella evidente. Se uno strumento cade a terra, non ci sono molti dubbi. La situazione è visibile e la decisione è immediata. Più difficile è il contatto che potrebbe essere avvenuto: il guanto che forse ha sfiorato una superficie, il camice che potrebbe essersi avvicinato troppo, il materiale aperto con un movimento che non riesci a ricostruire con certezza. In quei momenti la tentazione è risolvere il dubbio nella propria testa: “Forse non ho toccato.” “Probabilmente è ancora sterile.” “Non voglio interrompere tutto per niente.” Io preferisco renderlo visibile: “Credo di aver toccato.” “Non sono sicuro che sia ancora sterile.” “Mi fermo e ricontrolliamo.” Quando sospetto una contaminazione, non continuo sperando che non sia accaduta. Interrompo il gesto, comunico ciò che ho osservato e applico la procedura prevista dalla struttura. Un dubbio dichiarato può essere valutato e gestito. Un dubbio nascosto continua a lavorare contro di te.

Ciò che chi inizia ancora non vede

All’inizio guardi soprattutto le mani. Con l’esperienza inizi a vedere anche le traiettorie, le distanze, le altezze, i tempi e le possibili conseguenze di ogni spostamento. Non osservi più soltanto il punto in cui ti trovi. Cerchi di capire dove dovrai arrivare, chi potrebbe muoversi nello stesso momento e che cosa potrebbe cambiare mentre attraversi la stanza. È questo il pezzo che all’inizio manca: muoversi senza contaminare non dipende soltanto dal controllo delle mani, ma dalla relazione tra il tuo corpo, il campo sterile e tutto ciò che sta accadendo intorno. Al prossimo turno, prima di uno spostamento non abituale, fermati per un secondo. Visualizza mentalmente la destinazione e il percorso che vuoi seguire. Se non sono chiari, non partire ancora. Guarda di nuovo la stanza, chiedi se necessario e muoviti soltanto quando sai perché stai passando proprio da lì.

Il passo successivo

Quando inizi a vedere i confini del campo sterile, scopri anche che alcune contaminazioni restano difficili da riconoscere. Non producono rumore, non fanno cadere uno strumento e non sempre interrompono immediatamente il lavoro. Il passo successivo è imparare a riconoscere proprio queste contaminazioni invisibili e sapere che cosa fare quando sospetti che siano avvenute. Continua con Contaminazione invisibile in sala operatoria: i rischi che non vedi e come gestirli.

Fonti essenziali

AORN — Guideline in Focus: Sterile Technique in the OR CDC — Surgical Site Infection Prevention