Strumentazione

Come diventare infermiere strumentista: cosa imparare davvero all'inizio

La prima volta che un chirurgo mi chiese una Allis ebbi un vuoto. Guardai il tavolo. Il nome che avevo appena sentito non riusciva a collegarsi a nessuna immagine precisa. Presi una Babcock e gliela passai. Il chirurgo me la restituì e ripeté la richiesta. In quel momento capii di aver sbagliato. Ma quell’errore non dimostrava che non fossi portato per la sala operatoria. Mi mostrava qualcosa di molto più preciso: nella mia testa il nome Allis non era ancora collegato alla forma dello strumento, alla sua funzione e al momento dell’intervento in cui poteva essere utilizzato. È partendo da quell’episodio che ho capito cosa bisogna imparare davvero quando si vuole diventare infermiere strumentista.

Il primo livello: riconoscere gli strumenti

All’inizio i nomi sembrano appartenere a una lingua straniera: Kocher. Klemmer. Babcock. Allis. Farabeuf. Sai che dovresti riconoscerli, ma quando il chirurgo pronuncia uno di quei nomi mentre l’intervento è in corso, il tavolo può trasformarsi improvvisamente in una distesa di strumenti molto simili. La prima reazione è provare a memorizzare tutto. Cataloghi, fotografie, nomi e caratteristiche. Più studi, più pensi di dover aggiungere altri strumenti. Con me questo metodo funzionava poco. Cercare di imparare cento ferri contemporaneamente era un modo efficace per confonderli. Ho iniziato allora a concentrarmi sugli strumenti che avrei probabilmente incontrato negli interventi successivi. Per ciascuno cercavo di collegare:

  • il nome;
  • la forma e il dettaglio che lo rende riconoscibile;
  • la funzione principale;
  • il momento in cui lo avevo visto utilizzare. Pochi strumenti alla volta, osservati davvero e ripassati ogni volta. Non dovevo conoscere immediatamente tutto lo strumentario chirurgico. Dovevo costruire i primi riferimenti visivi affidabili.

Il secondo livello: capire perché serve proprio in quel momento

Dopo un po’ la domanda cambia. All’inizio pensi: “Quale strumento mi ha chiesto?” Successivamente inizi a domandarti: “Perché gli serve proprio adesso? E perché proprio quello?” È qui che, secondo me, si comincia davvero a ragionare da strumentista. Durante l’incisione, la dissezione, l’emostasi e la chiusura cambiano le necessità del campo operatorio. Se riconosci la fase in corso, anche il gruppo di strumenti che potrebbe essere richiesto diventa più prevedibile. Le richieste entrano dentro una sequenza. Non significa leggere la mente del chirurgo. Significa osservare quello che sta facendo, capire quale risultato sta cercando di ottenere e prepararsi al possibile passaggio successivo. Non stai indovinando lo strumento. Stai leggendo l’intervento.

Il terzo livello: costruire una mappa, non una collezione

All’inizio studiavo i ferri separandoli dalla procedura. Con il tempo ho invertito il metodo. Prima cerco di comprendere l’intervento e le sue fasi principali. Poi collego strumenti, materiali e dispositivi ai bisogni di ciascun momento. Il mio ragionamento è diventato questo:

  1. che cosa sta facendo il chirurgo?
  2. quale fase stiamo attraversando?
  3. quale potrebbe essere il passaggio successivo?
  4. quali strumenti o materiali potrebbero servire?
  5. dove si trovano sul mio tavolo? In questo modo una pinza smette di essere soltanto un nome da ricordare. Diventa uno strumento con una funzione, inserito in una fase e collegato a ciò che sta accadendo sul campo. Anche la memoria lavora meglio, perché può agganciare ogni strumento a una sequenza.

Un esercizio per il prossimo turno

Scegli dieci strumenti che incontri frequentemente. Per ciascuno annota:

  • il nome;
  • un dettaglio visivo che ti aiuti a riconoscerlo;
  • la sua funzione;
  • la fase o la situazione in cui lo hai visto utilizzare. Durante l’intervento non limitarti a registrare che quello strumento è stato richiesto. Guarda che cosa stava facendo il chirurgo immediatamente prima. Osserva quale problema doveva risolvere e che cosa è accaduto subito dopo. È lì che il nome, la forma e la funzione iniziano a unirsi. Quando questi elementi diventano parte della stessa immagine, il tavolo smette di sembrare un ammasso di ferri. Comincia a diventare una mappa dell’intervento.

Il passo successivo

Riconoscere gli strumenti è soltanto l’inizio. Perché un tavolo efficace non è quello che rimane perfetto. È quello che continua ad aiutarti a trovare, controllare e anticipare ciò che serve. Continua con Come organizzare il tavolo dello strumentista: metodo, ordine e anticipazione.

Fonti essenziali

AORN — Guideline in Focus: Sterile Technique in the OR Università degli Studi di Milano — Corso di perfezionamento “Strumentista di sala operatoria, chirurgia maggiore”